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Napoli, la finta chiusura del tunnel della morte

Di Angelo Perfetti

Tipico dell’Italia: intervenire quando ormai il guaio è fatto. E purtroppo il “guaio” di solito ha il tetro aspetto della morte di qualcuno. Anche il dramma di Napoli non sfugge a questa assurda regola nostrana, e così si sono visti i vigili del fuoco controllare palmo a palmo l’intera galleria Umberto I, col risultato di trovare altri sei punti critici, pericolosi quanto quello in cui si è staccato il cornicione killer. Ma chiudere tutto, come si era pensato in un primo tempo, sarebbe stato come ammettere in maniera plastica l’inefficienza dello Stato, nelle sue varie declinazioni locali. E così si è deciso di fare una cosa a metà – purtroppo anche questo è un vizio tutto italico – definendo limitazioni “parziali e temporanee dell’accesso” ma “non non interdizioni totali dell’accesso alla Galleria”.

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Finisce all’asta la casa dei Salesiani. Buco da 130 milioni

Dopo aver perso la Segreteria di Stato vaticana e il controllo sullo Ior, il cardinale Tarcisio Bertone rischia di perdere anche casa. Non quella dove vive, ma la casa generalizia della sua congregazione, i Salesiani, che andrà all’asta il 30 aprile prossimo (data ultima per le offerte 29 aprile entro le 12.30). E’ la conclusione – epocale, non era mai successo che una congregazione vedesse mettere all’asta il suo quartier generale – di una vicenda che affonda nelle vicende di un paio di secoli fa, quando la bisavola fiorentina del marchese Alessandro Gerini conobbe personalmente don Bosco. Ne nacque una vicinanza tramandata ai posteri, che sfociò prima nella costituzione nel 1963 di una fondazione (conosciuta come Fondazione Ecclesiastica Marchesi Gerini) che per statuto era posta sotto il controllo dei Salesiani e nel 1990, con la morte del marchese, in un testamento che trasferiva praticamente l’intero patrimonio alla Congregazione dei salesiani. I maligni – riferendosi al trentennio in cui la fondazione era ancora nelle mani del marchese – dicono che questa venisse sfruttata anche per finalità commerciali; il meccanismo era semplice: i terreni andavano alla fondazione, veniva edificata una chiesa, e il business abitativo intorno a quello che all’epoca era il fulcro di ogni paese, veniva gestito dal marchese stesso. Ma questo, con la storia di oggi, c’entra relativamente.

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Il ministro Mauro si sveglia: i marò sono innocenti

mauroSe ci fermassimo alle parole potremmo dire che sul caso dei marò l’Italia s’è svegliata. Finalmente, ma senza onore. E soprattutto senza memoria. Perché le stesse istituzioni che oggi gridano allo scandalo sono state colpevolmente silenti, se non addirittura collaborative, quando l’India ci trattava come l’ultimo dei Paesi ai quali rendere conto delle proprie azioni. Ad esempio oggi per il ministro Mauro i due marò italiani Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono “innocenti, totalmente innocenti”, nei loro confronti è stata compiuta una “palese violazione dei diritti umani” ed è “giusto che rientrino in patria”. “Bene hanno fatto il governo italiano e i legali a ricordare che sono le autorità indiane a non comportarsi in modo conforme a quanto loro stesso detto” in passato, ha detto Mauro facendo riferimento alle indicazioni della Corte Suprema indiana.

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Caso marò: il governo Letta inconcludente, quello indiano inaffidabile

marò-indiaMeno male che il governo Letta, nelle sue varie declinazioni di ministeri (non a caso ora in bilico), ha trovato qualcuno più pasticcione di lui. Perché altrimenti ora la vicenda dei marò sarebbe solo l’ennesima brutta figura italiana. Invece dall’altra parte del mondo, pur avendo il coltello dalla parte del manico ( cioè avendo i marò in mano, dato che glieli abbiamo dati noi – particolare non trascurabile) sono riusciti ad essere talmente litigiosi, talmente asincroni, talmente concentrati sulle elezioni interne da protrarre la questione fino al punto da non essere più sostenibile. Se all’Italia dunque si imputa il mancato decisionismo iniziale e il peso internazionale per risolvere subito la questione, all’India si imputa l’aver trascinato oltre misura un processo che avrebbe dovuto concludersi prima. E in questo “mal comune mezzo gaudio” aumentano le possibilità di far saltare il processo con l’imputazione di terrorismo e far rientrare finalmente a casa i nostri fucilieri di marina. Insomma: dove non riusciamo per capacità nostre magari la spuntiamo per le altrui incapacità.

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Operazione antiriciclaggio. Lo Ior se la fa in casa

Stretto tra la morsa delle indagini di diverse procure e gli strali di Papa Francesco che ha deciso di riorganizzare un settore per troppo tempo autoreferente, immerso in un momento storico dove l’attenzione all’uso e all’abuso del denaro è estrema, lo Ior ha approvato un piano triennale per lo sviluppo delle strutture informatiche e relativi investimenti. Non è una semplice riorganizzazione; l’obiettivo è scandagliare a fondo conti e correntisti, eliminando quelle zone oscure che hanno provocato danni quasi irreparabili all’immagine dell’Istituto.

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Sui marò l’Italia ha sbagliato tutto. Crosetto punta l’indice: “Ma ora l’Ue e l’Onu prendano posizione”

crosettoGuido Crosetto, coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia, sul caso dei marò ha un’idea precisa che porta avanti da tempo: “Abbiamo fatto una serie di sbagli incredibili, difficile persino pensare di metterli in fila uno dopo l’altro. C’è stata un’approssimazione, per non dire altro, che fa spavento”. Un giudizio netto, senza appello. E d’altronde, dopo due anni di promesse non mantenute, rassicurazioni smentite, e schiaffi alla sovranità nazionale, l’idea che uno si può fare del governo italiano non può che essere questa.

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Far west delle intercettazioni. Obama fa lo sceriffo

obama-sceriffo“Dopo aver affrontato i pericoli totalitari del fascismo e del comunismo il mondo si aspetta da noi che lottiamo per il principio che ogni persona ha il diritto di pensare e scrivere e creare rapporti in modo libero, perché la libertà individuale è la fonte del progresso umano’’. Dopo la figuraccia planetaria e globalizzata del datagate, Obama torna a parlare dell’individuo per recuperare credibilità. Non parla agli Stati, agli alleati alle organizzazioni ma sceglie la comunicazione “social”, e annuncia la rivoluzione sulla privacy. Dopo le Torri gemelle tutto sembrava lecito, ammissibile e addirittura necessario pur di garantire la sicurezza americana. L’amministrazione Obama riesaminerà le decisioni sulle priorità dell’intelligence e sui suoi bersagli su base annuale. “Ora serve un nuovo approccio, dobbiamo avviare una fase di transizione che non sarà facile. Ma oggi serve una maggiore difesa contro i rischi di nuove intrusioni alla privacy» ha detto Obama. Dimenticando, però, che il limite lo ha passato proprio l’America. E ora che si è passato il limite, però, la retromarcia è inevitabile. Il nuovo corso dunque si è concretizzato nella sede del Dipartimento di Giustizia, dove Obama ha fatto il suo discorso sulla riforma della Nsa.

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Se il nuovo della politica è peggio del vecchio

La rivoluzione di Roma. Così l’ha chiamata pomposamente il Financial Times verso la fine del 2013, all’indomani della vittoria di Matteo Renzi alle primarie del Pd. “Per la vitalità di qualunque sistema democratico è essenziale il sangue fresco”. Il riferimento era al cambio generazionale nella politica italiana. Dieci mesi prima gli attori protagonisti erano il 61enne Bersani, il 76enne Berlusconi, l’87enne Napolitano. Poi il salto: 43 anni Alfano, 38 anni Renzi, Letta 48 anni. Ma siamo nell’Italia del Gattopardo, e come la giri la giri quando tutto cambia alla fine resta tutto com’è. Il fallimento della nuova generazione di politici è sotto gli occhi di tutti.

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luglio: 2014
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