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Entra per una colica, sul referto esce con l’ictus

Capita che entri in un pronto soccorso e hai due sole certezze: sai chi sei e sai che stai male.  Ma capita anche che quando esci e leggi il referto, dopo 12 (dodici) ore, tutto cambia.  A guardare ciò che c’è scritto tu non sei più tu,  hai addirittura cambiato sesso.  Eppure il codice fiscale sembra il tuo, allora tiri un sospiro di sollievo, ti guardi allo specchio e ti dici che non sei pazzo.  Ma questo le pensi tu… perché se guardi meglio su quel referto, che hanno iniziato a compilare quando tu sei arrivato al pronto soccorso lamentando dolori a un rene, c’è scritto che sei entrato d’urgenza, in ambulanza, che hai avuto un episodio sincopale a domicilio e che sei affetto (anzi, affetta) da malattia cerebrovascolare.  E nemmeno il codice fiscale, che sembrava corretto, è quello giusto.

Ma allora…. forse hanno ragione loro.  Tu credevi di essere un uomo, ma sei una donna, credevi di avere male a un rene, ma sei cerebroleso.  E allora… ma sì, si spiega tutto, è tutto chiaro: la malasanità non esiste, sei tu che sei… da ricovero.  Una storia di fantasia?  Purtroppo no, è tutto vero.  E’ una vicenda datata 19 febbraio 2012, pronto soccorso del Policlinico Tor Vergata.  Orario d’ingresso 6.45, orario d’uscita 18.38: dodici ore circa per un capolavoro di approssimazione su un referto (o forse due?) che al contrario dovrebbe testimoniare con assoluta precisione la tua salute.  Ma com’è andata? «Mi sono presentato con un dolore fortissimo ai reni – racconta Gabriele, 33 anni – è già lì ho avuto la prima sorpresa. «Si metta lì – mi ha detto un vigilante – che ora arriva l’infermiere». «Ma sta fuori a fumare – ho ribattuto – e io sto morendo dal dolore». «Stia calmo, ora arriva».  E qualche minuto dopo (!!!) effettivamente ecco arrivare l’infermiere addetto al triage.  Colica dunque, e c’è bisogno di un urologo.  Peccato, non c’è. È reperibile, dicono, La dottoressa arriva al pronto soccorso verso le 18, poco prima della dimissione del paziente.  Che nel frattempo ha ricevuto assistenza con Toradol , Rilaten e Bentelan per attenuare il dolore, e un’ecografia.  Antidolofico e a casa, dunque.  Col un bel referto in mano.  Peccato sia completamente schizofrenico (il referto, non il paziente): nome giusto, codice fiscale sbagliato, diagnosi giusta, anamnesi sbagliata.  E
quando ci si è accorti dell’errore, sul referto non si scrive «abbiamo sbagliato» ma si afferma che «il paziente nega precedenti tromboembolici».  Nega?  Come «nega»? «È il referto di un altro con sopra il mio nome – ha
raccontato Gabriele – ma quando gli ho detto che era tutto da rifare mi hanno detto che non potevano andare dall’infermiere che aveva sbagliato e dirgli di rifare tutto da capo».  Ma nessuno si è stupito di ciò che è
accaduto? «Per la verità – racconta ancora Gabriele, al quale è stato chiesto anche il ticket per la visita urologica di contr ollo senza però che in realtà gli fosse stata fatta la visita iniziale al pronto soccorso – il
primario il giorno dopo, una volta saputa la questione, si è imbufalito e mi ha fatto rifare un referto corretto.  Ma se devo essere sincero… sono io quello imbufalito».  Storie di ordinaria disorganizzazione.  Storie che fanno male a chi le subisce, ma forse fanno ancora più male a tutti quegli infermieri e quei dottori scrupolosi che ogni giorno tra mille difficoltà lavorano con abnegazione.  Questa malasanità (forse) non uccide, ma fa male.  A tutti.

Angelo Perfetti

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