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La storia dei marò e la “sindrome italiana”

La carcerazione preventiva per i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati di aver ucciso 2 pescatori indiani che loro ritenevano essere pirati, è stata estesa per altri 14 giorni su ordine del magistrato di Kollam in India. Durante l’udienza, durata circa 15 minuti, il legale dei due marò, Sunil Maheshwar del foro di Kollam, ha chiesto al giudice la possibilità di concedere un fermo di polizia, invece della carcerazione preventiva. Il giudice, A.K. Gopakumar, si è però opposto e ha disposto la custodia fino al prossimo 2 aprile (per 14 giorni in totale). Per tutto il tempo i due militari sono stati nel fondo dell’aula. Latorre è apparso con i capelli rasati. I due soldati erano accompagnati dal console generale di Mumbai, Giampaolo Cutillo, dall’addetto militare dell’ambasciata di New Delhi, Franco Favre, e da funzionari della Marina. Dopo la decisione, i due marò sono saliti su un cellulare della polizia e sono ripartiti per la prigione centrale di Trivandrum.

Dunque siamo a questo punto. Siamo andati volontariamente in acque indiane pur stando in acque internazionali, siamo scensi volontariamente a terra permettemdo di far salire a bordo militari indiani, siamo stati prima fermati, poi messi ai “domiciliari”, infine portato in carcere e trattenuti.
Sarebbe bastato allontanare la nave e poi mettere in campo la diplomazia per dirimere la questione, e invece noi – da bravi italiani – siamo andati fiduciosi di poter spiegare le nostre ragioni. E abbiamo sbagliato, perché ora siamo “ostaggio” politico nelle mani di un governo che ha prima di tutto da tutelare i propri interessi. Di posizionamento internazionale, prima ancora che economici. E un bel “caso” che coinvolga anche l’Unione Europea è quanto di più ghiotto per far pesare la propria posizione.

Diciamo la verità: non impariamo proprio niente dalla storia. E’ forse il nostro difetto più grande, che si ripropone ogni qualvolta c’è bisogno di riaprire i cassetti della memoria e fare tesoro di ciò che ci è accaduto.

Il 3 febbraio 1998 alle ore 15:13 un Grumman EA-6B Prowler, aereo militare statunitense del Corpo dei Marines al comando del capitano Richard Ashby, decollato dalla base aerea di Aviano alle 14:36 per un volo di addestramento, tranciò le funi del tronco inferiore della funivia del Cermis, in Val di Fiemme. La cabina, al cui interno si trovavano venti persone, precipitò da un’altezza di circa 80 metri schiantandosi al suolo dopo un volo di 7 secondi. Il velivolo, danneggiato all’ala e alla coda, fu comunque in grado di far ritorno alla base. Nella strage morirono i 19 passeggeri e il manovratore, tutti cittadini di Stati europei, tra i quali tre italiani, sette tedeschi, cinque belgi, due polacchi, due austriaci e un olandese.

I pubblici ministeri italiani richiesero di processare i quattro marine in Italia, ma il giudice per le indagini preliminari di Trento ritenne che, in forza della Convenzione di Londra del 19 giugno 1951 sullo statuto dei militari Nato, la giurisdizione sul caso dovesse riconoscersi alla giustizia militare statunitense. La magistratura italiana nel frattempo avefva sequestrato il velivolo incriminato, che era stato già smontato dagli americani e pronto per le riparazioni, e gli americano nel frattempo avevano già rispedito a casa, negli Usa, l’intrero equipaggio del velivolo. Alla faccia della fiducia nelle istituzioni italiane.
Il processo contro Ashby fu celebrato a Camp Lejeune nella Carolina del Nord. La Corte militare accertò che le mappe di bordo non segnalavano i cavi della funivia e che l’EA-6B stava volando più velocemente e ad un’altitudine molto minore di quanto permesso dalle norme militari. Le prescrizioni in vigore al tempo dell’incidente imponevano infatti un’altezza di volo di almeno 2000 piedi (609,6 m). Il pilota dichiarò che egli riteneva che l’altezza di volo minima fosse di 1000 piedi (304,8 m). Il cavo fu tranciato ad un’altezza di 360 piedi (110 m). Il pilota sostenne che l’altimetro dell’aereo era mal funzionante, e affermò di non essere stato a conoscenza delle restrizioni di velocità. Nel marzo del 1999 la giuria assolse Ashby, provocando l’indignazione dell’opinione pubblica italiana ed europea. Anche le accuse di omicidio colposo nei confronti di Schweitzer non ebbero seguito.

I due militari furono poi nuovamente giudicati dalla corte marziale USA per intralcio alla giustizia per aver distrutto un nastro video registrato durante il volo nel giorno della tragedia. Per tale capo d’accusa furono riconosciuti colpevoli nel maggio del 1999. Entrambi furono degradati e rimossi dal servizio. Il pilota fu inoltre condannato a sei mesi di detenzione, ma fu rilasciato dopo quattro mesi e mezzo per buona condotta. Infine chiesero la revisione del processo per togliersi da dosso l’infamia della degradazione che, per inciso, voleva dire anche non avere accesso ai sussidi spettanti ai militari.

Due storie diverse, con un unico comune denominatore: sia che siamo vittime sia che siamo “carnefici”, purtroppo siamo sempre sconfitti. Ed è un peccato, perché per “colpa” delle scelte di alcuni diamo del nostro Paese un’immagine che non corrisponde al valore reale delle persone che lo compongono. Compresi i marò.
Angelo Perfetti

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